Armi di Distrazione di Massa

giovedì, 29 settembre 2005 ¦ Permalink
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Il capogruppo repubblicano Tom DeLay si dimette
dopo l'incriminazione per finanziamenti illegali
Usa, uno scandalo di fondi neri
per l'uomo di Bush alla Camera



Tom DeLay

NEW YORK - Tom DeLay, il potente capogruppo repubblicano alla Camera, si è dimesso ieri dopo essere stato incriminato da un Gran giurì del Texas per violazione della legge sui finanziamenti elettorali.
DeLay era finito nell'inchiesta del procuratore della Contea di Travis Ronnie Earle (un democratico) per il "possibile uso illegale di fondi elettorali" e per aver accettato - nelle elezioni di medio termine del 2002 - finanziamenti politici da alcune corporation, violando la legge elettorale del Texas (lo Stato che lo elegge da 21 anni in un distretto della periferia di Houston) secondo cui le donazioni delle aziende non possono essere usati per "promuovere la vittoria o la sconfitta di candidati", ma solo essere usati per fini amministrativi.

Per la Casa Bianca si tratta di un'altra brutta gatta da pelare. DeLay - soprannominato "the hammer", il martello, per il suo temperamento combattivo e l'aria da duro con cui affronta avversari (e compagni di partito) al Congresso - è uno degli uomini a cui Bush deve molto. È grazie a lui se i fondi raccolti in campagna elettorale sono quasi raddoppiati, è grazie a lui se diverse leggi volute dalla Casa Bianca sono passate, tra qualche mugugno repubblicano, alla Camera; ed è grazie a lui e alla sua battaglia per ridisegnare i distretti elettorali che nelle ultime elezioni i repubblicani del Texas hanno conquistato il totale controllo dello Stato per la prima volta dai tempi della Reconstruction Era seguita alla guerra civile.
Il "martello" ha reagito subito. Dapprima dimettendosi (il regolamento per la Camera del Partito repubblicano prevede che un deputato incriminato per un reato penale rassegni le dimissioni provvisoriamente; il capogruppo dimissionario mantiene però il suo seggio): "Ho notificato al presidente della Camera (Dennis Hastert) che mi dimetterò temporaneamente dal mio ruolo di capogruppo della maggioranza in ossequio al regolamento e in conseguenza della decisione assunta oggi dal procuratore distrettuale della contea di Travis".
Poi DeLay ha accusato il procuratore Erle di averlo incriminato per motivi politici - "la vendetta di un democratico partigiano, queste accuse non hanno alcuna base nei fatti o nella legge" - e infine ha affidato un durissimo comunicato ai suoi avvocati: "Questa vicenda puzza come una puzzola, è fetida come una puzzola morta in mezzo alla strada".
DeLay è stato anche incriminato per associazione a delinquere insieme a due suoi collaboratori: John Colyandro, ex direttore di un comitato per la raccolta di fondi elettorali, e Jim Ellis, il responsabile del comitato nazionale dello stesso DeLay.
A poco più di un anno dalle elezioni di medio termine (novembre 2006) che tradizionalmente sono favorevoli, durante il secondo mandato di un presidente, al partito d'opposizione, l'incriminazione di DeLay è un brutto colpo per il Grand Old Party. E visto che anche il leader del partito al Senato, nonché possibile candidato alla Casa Bianca, Bill Frist ha i suoi guai - è stato messo sotto inchiesta dalla Sec per una caso di insider trading di milioni di dollari (ha venduto, al massimo delle quotazioni, tutte le azioni di una società di famiglia due settimane prima del crollo del titolo a Wall Street) - è ovvio che l'amministrazione sia preoccupata.

"In Iraq siamo all'offensiva e abbiamo un piano per vincere". Dopo essere stato impegnato quasi a tempo pieno dagli uragani (e dai successivi problemi) George W. Bush è tornato ieri - prima che scoppiasse il caso DeLay - a parlare dell'Iraq e della guerra al terrorismo. Le elezioni a Bagdad si avvicinano, le notizie che arrivano dal terreno di battaglia non sono molto positive, i morti americani si avvicinano alla soglia dei duemila, e la popolarità del presidente non è mai stata così bassa dopo l'11 settembre 2001.

Alla Casa Bianca hanno deciso che era il momento di reagire: riprendendo il discorso sulla guerra al terrorismo (tornato in prima pagina per via dei terroristi di Hamas) e rilanciando l'immagine del Bush franco nel dire le cose come stanno ma ottimista sui risultati, immagine che in passato ha sempre funzionato.

Il presidente si è rivolto agli americani dal Giardino delle rose della Casa Bianca (con accanto il vice Cheney, reduce dall'intervento chirurgico, che si appoggiava a un bastone) dopo aver ricevuto un lungo rapporto da parte del generale John Abizaid, comandante supremo delle operazioni in Iraq e Afghanistan, e del generale George Casey, comandante del contingente americano in Iraq. Bush ha ripetuto che gli Stati Uniti sono determinati "a sconfiggere il nemico", che hanno "una strategia di vittoria chiara e tattiche che si adattano ai cambiamenti di tattica dell'avversario", e che l'Iraq è il fronte centrale della guerra al terrorismo".
Bush ha però avvertito che la violenza aumenterà, all'approssimarsi del referendum di metà ottobre e delle elezioni di metà dicembre: "Dobbiamo aspettarci una nuova ondata, ma le nostre truppe sono pronte".
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giovedì, 29 settembre 2005 ¦ Permalink
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Le truppe Usa ostacolano i giornalisti in Iraq, dice Reuters
mercoledì settembre 28, 2005 2.26

di Barry Moody

LONDRA (Reuters) - Il comportamento delle truppe Usa in Iraq, compreso l'aumento delle detenzioni e il far fuoco occasionalmente sui giornalisti, sta impedendo che la completa copertura della guerra arrivi al pubblico americano. E' quanto ha denunciato oggi Reuters.

In una lettera al senatore della Virginia John Warner, a capo della Commissione Senato sui servizi Armati, Reuters ha detto che le forze Usa stanno limitando la possibilità di operare dei giornalisti indipendenti.

La lettera dal Global Managing Editor di Reuters David Schlesinger chiede a Warner di farsi portavoce della diffusa preoccupazione dei media circa la condotta delle truppe americane col Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che domani deve testimoniare davanti alla Commissione.

Schlesinger fa riferimento a "una lunga serie di episodi spiacevoli in cui giornalisti professionisti sono stati uccisi, ingiustamente detenuti e/o sottoposti ad abusi da parte delle forze americane in Iraq".

Esorta Warner a chiedere a Rumsfeld di risolvere tali questioni "nel modo che meglio bilanci i legittimi interessi della sicurezza delle forze Usa in Iraq con gli altrettanto legittimi diritti dei giornalisti in zone di conflitto secondo la legge internazionale".

Almeno 66 tra giornalisti e lavoratori dei media, la maggior parte dei quali iracheni, sono stati uccisi durante il conflitto in Iraq dal marzo 2003.

Le forze armate Usa hanno riconosciuto di aver ucciso tre giornalisti Reuters, l'ultimo dei quali il tecnico del suono Waleed Khaled è stato colpito a morte da soldati americani lo scorso 28 agosto mentre era in servizio a Baghdad. Ma i militari hanno detto che i soldati avevano una giustificazione per l'aver fatto fuoco.

Reuters ritiene che un quarto giornalista che lavora per l'agenzia, morto lo scorso anno a Ramadi, sia stato ucciso da un cecchino americano.

"Il peggioramento della situazione per i giornalisti professionisti in Iraq limita direttamente la possibilità per i giornalisti di fare il proprio lavoro e, cosa più importante, crea un grave effetto intimidatorio sui media nel loro complesso", dice Schlesinger.

"Limitando la capacità dei media di coprire in modo completo ed indipendente gli eventi in Iraq, le forze armate americane stanno impedendo in modo esagerato ai cittadini americani di ottenere informazioni... compromettendo le libertà fondamentali che gli Usa dicono di voler promuovere ogni giorno che richiede vite americane e dollari americani", dice la lettera.

"SPIRALE FUORI CONTROLLO"

Schlesinger afferma che i militari Usa hanno rifiutato di condurre inchieste indipendenti e trasparenti sulla morte di giornalisti Reuters, confidando invece sulle inchieste effettuate da ufficiali delle stesse unità coinvolte, che hanno scagionato i propri soldati.

L'esercito americano ha anche evitato di mettere in atto le raccomandazioni uscite da una sua stessa inchiesta su una di queste morti, quella del pluripremiato cameraman palestinese Mazen Dana ucciso a colpi di arma da fuoco mentre stava riprendendo all'esterno della prigione di Abu Ghraib nell'agosto 2003.

Schlesinger sostiene che Reuters ed altre prestigiose organizzazioni internazionali dei media sono preoccupate per "il numero di giornalisti detenuti dalle forze Usa, consistente ed in forte crescita".

Ha detto inoltre che la maggior parte di queste detenzioni sono state motivate da legittime attività giornalistiche come il possesso di fotografie o video degli insorti, che per i soldati Usa dimostrerebbe simpatia per l'insurrezione stessa.

Nella maggior parte dei casi i giornalisti sono stati detenuti per lunghi periodi nelle prigioni di Abu Ghraib o Camp Bucca prima di essere rilasciati senza incriminazioni.

Almeno quattro giornalisti che lavorano per media internazionali sono al momento detenuti senza incriminazione né assistenza legale in Iraq. Tra loro due cameramen che lavorano per Reuters ed un freelance che collabora con l'agenzia.

Un cameraman della rete Usa Cbs è detenuto da aprile malgrado un tribunale iracheno abbia stabilito che il suo caso non giustifica misure restrittive. Il ministro della Giustizia iracheno ha criticato il sistema di reclusione senza incriminazioni da parte dei militari.

La lettera di Schlesinger dice: "Sembra che le forze americane in Iraq fraintendano completamente il ruolo dei giornalisti professionisti o non sappiano come trattare con giornalisti in zone di conflitto, oppure entrambe le cose".

Reuters ed altre organizzazioni media in Iraq hanno ripetutamente tentato di aprire un dialogo col Pentagono per stabilire appropriate linee guida sulla sicurezza dei giornalisti. Questi sforzi sono falliti e "la situazione oggi è una spirale senza controllo", ha detto ancora Schlesinger. Chiedendo a Warner di porre a Rumsfeld domande specifiche sulle regole di ingaggio con i giornalisti professionisti, le mancate inchieste indipendenti sugli episodi in cui si è loro sparato e di chiedergli quale sia la condotta delle forze Usa per distinguere giornalisti legittimati dagli insorti.

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martedì, 27 settembre 2005 ¦ Permalink
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L'assalto alla prigione e la

fallita operazione coperta dei britannici

smascherano la menzogna della

"guerra al terrorismo"

 

di Larry Chin

20 settembre 2005

 

Lunedì 19 settembre 2005 sei veicoli corazzati britannici hanno mandato in frantumi una prigione irachena a Bassora per liberare due commandos sotto copertura delle forze speciali di elite SAS che erano impegnati in una pasticciata operazione riguardante il piazzamento di esplosivi. Michel Chossudovsky racconta qui la storia e la inserisce nel suo contenta: British "Undercover Soldiers" Caught driving Booby Trapped Car.

Vedete anche la cronaca dei media ufficiali da BBC, Washington Post, The Independent and the Christian Science Monitor.

Questo incidente è tanto ovvio ed imbarazzante quanto l'abbattimento dell'aereo per rifornimenti della Southern Air Transport/CIA (pilotato da Eugene Hasenfus) di Oliver North nel 1986 sul Nicaragua che diede inizio a quello che è noto come lo scandalo Iran-Contra. Come conseguenza delle smentite ufficiali e dell'altalenare da parte dei britannici è già in moto un nuovo insabbiamento.

Ciò che questo scandalo conferma, in maniera spettacolare, è che la "guerra al terrorismo" è una menzogna. E' stata una menzogna dal fabbricato 911 fino al presente; una immensa operazione coperta capeggiata dai governi USA e britannico, costruita su infinita intelligence fasulla e menzogne dei Downing Paper. Essa conferma ulteriormente che la menzogna stessa sta diventando sempre più difficile da controllare.

Vi sono degli agenti britannici presi a piazzare esplosivi, ad organizzare un attentato ed un massacro di civili ed un combattimento tra i britannici e la polizia irachena ("alleati"). Perché?

Nella tempestiva e minuziosa analisi Al-Qaeda and the Iraqi Resistance Movement, Chossudovsky si chiede: "Gli USA (e la Gran Bretagna) hanno creato, come parte di una operazione coperta di intelligence, un 'movimento di resistenza' fasullo composto da propri 'terroristi' sponsorizzati Al Qaeda? I loro attentati suicidi prendono di mira i civili iracheni piuttosto che i militari USA. Gli attentati suicidi tendono ad incoraggiare le divisioni settarie non soltanto in Iraq, ma dovunque in Medio Oriente. Essi servono gli interessi di Washington. Essi contribuiscono a minare lo sviluppo di un più vasto movimento di resistenza che unisca sciiti, sunniti kurdi e cristiani contro la illegale occupazione della patria irachena. Essi tendono anche a creare, a livello internazionale, divisioni all'interno del movimento pacifista".

La risposta alla domanda, enfaticamente sottolineata dall'irruzione dei britannici nella prigione, è sì.

Un "terrorismo" fabbricato e guidato, compresi gli attentati suicidi organizzati dalle forze occidentali e dei quali vengono incolpati i "terroristi" (Zarqawi ecc.) e la "genuina" violenza da ritorno di fiamma (resistenza contro l'occupante), fomentati dall'occidente, per scopi geostrategici.

La vera minaccia terroristica parte da Washington e dai suoi fratelli a Londra e Tel Aviv.

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